La Sirenetta di Andersen

La prima volta che ho letto La Sirenetta di Hans Christian Andersen avevo 11 anni e la certezza che tutte le fiabe avessero un lieto fine.

Ho vissuto con lei l’emozione di emergere dalle profondità marine e di salvare il suo principe. Ho sentito la sua fatica nel compiere i primi passi sulle gambe. Sono stata partecipe della sua sofferenza nell’impossibilità di comunicare e di far sentire la propria voce. E ho provato un immenso senso di ingiustizia quando la principessa di turno si  è presa il merito del salvataggio del principe dal naufragio. Pensavo che alla fine lui avrebbe scoperto la verità e avrebbe sposato lei, Ariel, la Sirenetta, per vivere felici e contenti il resto dei loro giorni.

E invece no. Il principe sposa l’insulsa principessa impostora. Ariel, che potrebbe tornare al suo mare uccidendolo con il pugnale magico delle sorelle Sirene, si rifiuta perché lo ama. Così muore e si dissolve in schiuma. Fine.

Da bambina non riuscivo a credere che potesse finire così. Continuavo a girare la pagina per vedere se compariva l’epilogo. Ho portato il lutto per giorni, fin quando mi son detta che Andersen in realtà non era riuscito a finire la storia — o che forse l’editore non ne aveva pubblicato la fine: un giorno il principe avrebbe scoperto la verità e allora sarebbe tornato da lei, nel mare, rinunciando alle gambe e trasformandosi in Tritone. E la schiuma del mare — che è la materia di cui sono fatte le Sirene — sarebbe tornata ad essere Ariel, la Sirenetta.

Solo molti anni dopo mi sarebbe stato chiaro uno dei messaggi di questa storia: i principi sono idioti, non tentare di salvarli. 

Ma la schiuma che torna ad essere Sirena si è sedimentato nelle radici del mio essere con molta forza: l’inchiostro della biro, con cui disegnavo tutte le sere al posto della matita, si trasformava con la complicità dei fogli bianchi in tante Sirene (da sole eh, nelle meravigliose profondità marine, senza principi — non si sa mai). Mancava la terza dimensione, che sarebbe arrivata anni dopo con il passaggio dal disegno alla scultura. E così la pasta polimerica, come la schiuma del mare, è passata dalla non-forma alla forma. Dall’invisibile al visibile

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Queste qui sopra sono alcune delle Sirene di Celidonia apparse negli anni, a partire da una pallina di pasta polimerica. Qui sotto, invece, c’è il video che ti mostra com’è nata l’ultima Sirenetta. Come la maggior parte delle mie Fate e Sirene, è una bambina: una Ariel molto prima del suo quindicesimo compleanno che l’ha portata sulla terra. Chissà, un giorno magari modellerò una Sirena adolescente. Ma solo dopo essermi assicurata che non c’è nessun principe nei paraggi! ^^” 

Disegnare e modellare Sirene ci ricorda da dove veniamo: le profondità del mare. Ci aiuta a tornare in contatto con le profondità dell’inconscio, ad accettare il potere delle emozioni più antiche e a incanalarle attraverso l’atto creativo. Il secondo sabato di giugno le faremo nascere insieme, a Roma, in un workshop full immersion. Vuoi unirti a noi nel cerchio magico e immergerti nella magia della scultura

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Sei troppo distante e non puoi venire? Ho fatto per te ben tre video su YouTube dedicati alle Sirene: dal più semplice al più complesso, quello con la coda realizzata con l’Angelina Fantasy Film. Se provi a realizzarle, taggami per condividerle con me, sarò felice di vedere il tuo lavoro ispirato dai tutorial di Celidonia! ♡